Da anni le scuole riaprono, dopo le vacanze estive, verso metà settembre, mentre una volta il primo giorno d’inizio anno scolastico era il 1° ottobre. Quando frequentavo i primi anni di elementari, le lezioni si svolgevano fino a mezzogiorno, poi c’era la pausa per il pranzo, con la possibilità di fermarsi al refettorio e alle 14 si riprendeva fino alle 16, ma il giovedì non si andava a scuola. Mi è capitato di recente di condividere questo detto:” Ghè n’è amό dè gioedé?”, ancor oggi infatti in uso nel parlare quotidiano, ma del quale molti non sanno l’origine. Proprio in quegli anni nacque questo simpatico modo di dire. Allora, soprattutto nelle strade di paese, circolavano pochissime automobili, pertanto i bambini potevano giocare tranquillamente fuori casa senza pericoli. Il giovedì però, essendo liberi tutto il giorno, capitava che facessero chiasso più del sopportabile, anche davanti a botteghe di artigiani, negozi di quartiere…e quando chi lavorava era stanco di questo disturbo, invitava senza troppa gentilezza i ragazzi ad andarsene, apostrofandoli appunto con questa frase:” Ghè n’è amo dè gioedé?”. Come sempre si ripensa con un po’ di malinconia ad anni in cui i bambini potevano giocare per strada, inventandosi giochi senza niente, con tanta fantasia e, pur se in certi casi i maschi esageravano ed erano un po’ troppo “scalmanati”, erano divertimenti generalmente sani, di gruppo, che permettevano di coltivare rapporti umani, amicizie vere, non virtuali. Questo detto però può voler anche dire “Ghè n’è amό dè stόrie, o per dirla nel gergo più schietto dialettale, g’hè n’è amό dè bale? “Ce ne sono ancora di storie?”, rivolto a persone che sembra inventino involontariamente, o peggio, di proposito, contraddizioni banali, se non fuori luogo, contro opinioni altrui. Finché sono commenti accettabili, rispettosi, si risponde appunto simpaticamente con questa frase, se invece sono battute più offensive, scattano altre risposte più pesanti, come spesso solo in dialetto si controbatte senza smancerie! Il dialetto infatti usa spesso metafore all’apparenza leggere, ma dalle molteplici sfaccettature, in molti casi più profonde di quanto sembrano e non traducibili in italiano con lo stesso effetto immediato e significativo.
Ornella Olfi





