C’è un momento sul finire del ‘400 in cui le terre di Franciacorta e il castello di Rovato non furono solo avamposti strategici, ma scenari di una raffinata epoca umanistica. È il 1497, l’anno in cui Caterina Cornaro ex Regina di Cipro, Gerusalemme e Armenia, attraversa il bresciano per fare visita a suo fratello Giorgio, nominato podestà di Brescia. Al suo seguito non ci sono solo soldati e cortigiani, ma poeti e cavalieri che hanno trasformato quel passaggio in un mito letterario. La visita di una regina non è cosa di tutti i giorni, specialmente se ha una storia come la sua: una regina che abdica in favore di una repubblica. In tutto il bresciano fremeva una competizione spietata per ospitarla e, in tal modo, accrescere così il prestigio della propria casa. Il Sanudo riferisce che per i festeggiamenti da dedicarle, i bresciani spesero ben 10 mila ducati!
Tra le figure maggiormente coinvolte dallo spirito di quei giorni spicca Pietro Lazzaroni. Il suo cognome ha tratto molti in inganno. Dato che gli inizi della sua carriera letteraria si possono rintracciare a Chiari, si è creduto per molto tempo che Pietro fosse originario di Rovato, dove una famiglia Lazzaroni era assai antica e diffusa. Eppure le sue origini sono da ricercarsi altrove. Apparteneva infatti alla famiglia dei Lazzaroni di Colere (Bg), come indica lui stesso in un documento: «Petri Lazaroni Bergomatis a Scalve in Ticinensi Gymnasio artis oratoriae publici professoris». Umanista raffinato, attivo tra le corti di Roma e i circoli accademici di Pavia, Lazzaroni assunse il ruolo di “regista d’immagine” della regina. Per lei compose un’ode dal titolo imponente: De duodecim virtutibus quibus coronatur consumata regina.
Non si trattava di un semplice esercizio di stile. Lazzaroni voleva restituire a Caterina quella corona che la ragion di Stato veneziana le aveva tolto nel 1489, costringendola all’abdicazione. Nel suo componimento, il poeta sostenne che la vera sovranità di Caterina non risiedeva più nel territorio di Cipro, ma nelle dodici virtù (tra cui la castità, la prudenza e la giustizia) che brillavano sul suo capo come gemme invisibili. Lazzaroni descrive una regina “consumata”, ovvero perfetta, capace di illuminare i borghi che attraversava con la sola forza del suo carisma morale.
Per molto tempo si è pensato che fosse stato un rovatese ad omaggiare la regina Cornaro con tante lodi. Probabilmente ha contribuito all’equivoco il fatto che un altro letterato, Agostino Lazzaroni, in quell’epoca era tra gli allievi del noto Giovanni Battista Taveri, questi sì astro della cultura di Rovato. Ma tant’è…
A rendere gli onori in rima alla regina fu un bergamasco, ma ad accompagnarla verso i confini del territorio bresciano dopo la sua visita fu Matteo Tiberi, di cui forse ci possiamo vantare. Nato nel 1447 da una stirpe di Erbusco, fu tra le figure politiche bresciane più importanti del suo tempo. Per nove volte era stato abate del Consiglio di Brescia e per il suo prestigio fu eletto per scortare la regina Cornaro. Mentre Lazzaroni tesseva l’elogio delle virtù astratte, Matteo Tiberi rappresentava la virtù concreta: la fedeltà e il prestigio di un territorio che sapeva rendere onore a una donna tanto ammirata.
Nel corso del ‘500 il cognome Tiberi è mutato prima in Taberi e poi in Taveri, e dato che proprio Matteo negli estimi cittadini denunciava di possedere 240 piò di terra distribuiti fra Erbusco, Torbiato e S. Andrea di Rovato, egli potrebbe essere tra i capostipiti di una famiglia che ancora oggi è ben radicata sul nostro territorio.
Alberto Fossadri





