Tiziano Mulonia è stato il primo italiano a vincere l’Iditarod Invitational Trail, una delle gare più complesse al mondo, che si svolge interamente in Alaska. L’abbiamo intervistato per scoprire i sacrifici, la preparazione e le lezioni apprese da una simile esperienza.
Com’è nata l’idea di andare in Alaska?
Tutto nasce da mio fratello. Nel 2000 ha percorso dalla Terra del Fuoco all’Alaska in bicicletta, e due anni dopo ha deciso di dedicarsi completamente all’Alaska. Mentre era là ha rischiato di perdere la vita. Una volta tornato ho espresso il desiderio di accompagnarlo, quando se la fosse sentita di tornare. 5 anni fa abbiamo deciso di partecipare insieme all’Iditarod Invitational Trail.
Come ti sei preparato per la maratona?
Mi sono documentato molto prima di partire, ma la realtà è che in Alaska sei solo con te stesso. La competizione si articola su due distanze principali: le 350 miglia e le 1000 miglia. I primi due anni mi sono cimentato in una distanza più breve, circa 320 km. La prima volta che ho affrontato la maratona ho preferito farlo a piedi e non sono riuscito a terminare la competizione per problemi alla schiena. Il secondo anno ho provato a completare la medesima distanza in bicicletta e contro ogni previsione ho vinto la gara.
Come sei arrivato a completare le 1000 miglia?
Dopo la vittoria ho potuto accedere alle distanze superiori. Durante la mia prima esperienza sulle 350 miglia ho capito davvero quanto sia dura l’Alaska. Durante il percorso sono stato attaccato da un’alce: mi sono salvato buttandomi nella neve alta. L’ultimo giorno mi sono trovato ad affrontare temperature gelide, sotto i 40 gradi: sono arrivato a destinazione stremato. Quell’esperienza mi ha insegnato che l’Alaska non devi sfidarla ma rispettarla. Per poter competere per le 1000 miglia devi completare per due anni di seguito le 350 miglia. L’anno seguente ho quindi gareggiato nuovamente: stavolta ero meno aggressivo, ero preparato anche mentalmente, e questo mi ha portato a completare la distanza. In questo modo ho potuto competere per le 1000 miglia. A oggi, ho gareggiato 5 volte. Io e mio fratello avevamo il sogno di vincere insieme la competizione e al quarto anno che abbiamo gareggiato ce l’abbiamo fatta. Siamo stati i primi italiani a vincere la gara.
Com’è andata la competizione quest’anno?
Avrei voluto vincere e non ho vergogna a dirlo. Ai 550 km ero primo, malgrado fossi caduto in un lago a -52 gradi, in piena notte. Per via di una mal comunicazione delle società che aprono il trail, avrei dovuto stare fermo per 12 giorni. Ho deciso di ritirarmi perchè sentivo che non era l’anno giusto. Se avessi trovato il trail aperto, avrei continuato. Ma quest’anno mi è successo davvero di tutto, quindi ho preferito abbandonare la competizione.
Qual è stato il momento più duro e quale quello più bello?
Il momento più duro è stato quest’anno, quando sono caduto per due volte, a distanza di 5 metri, in un lago ghiacciato. Pensavo sarei morto, ma fortunatamente sono caduto su una lastra di ghiaccio. Non posso non pensare che sia stato mio padre che dal cielo mi ha detto “non è ancora il momento di venire a trovarmi”. Quando sono uscito, l’unica cosa che mi premeva, in mezzo alla tempesta di neve, era cambiare le calze e tenere i piedi caldi. Ogni due km mi fermavo e scaldavo i piedi scuotendo le gambe. Il momento più bello è stata la vittoria. Sono stato l’italiano che ha vinto più volte la gara.
C’è una lezione che l’Alaska ti ha insegnato?
La pazienza. Quando ero giovane, mi arrabbiavo molto facilmente, anche per cose frivole. L’Alaska ti insegna a stare calmo. Devo ringraziare mio fratello, che è per me è un amico, un confidente, sangue del mio sangue, mia moglie, Anita e mia figlia, Letizia, che sono le mie prime tifose. Loro desiderano che io vada in Alaska perché tutte le volte che torno, mi trovano una persona migliore.
Chiara Sirani





