Venerdì 9 ottobre 2026

Montichiari, terra di draghi: altro che fantasy, qui la caccia è reale

Terra di draghi

Ancora prima che il varano rendesse famoso il territorio monteclarense, ad essere protagonisti a Montichiari sono sempre stati altri tipi di rettili: i draghi. A Montichiari i draghi sono ovunque: incastonati nella pietra, nascosti nei legni scolpiti, appesi ai soffitti, mimetizzati nei dipinti. È come se la città avesse deciso, secoli fa, di convivere con queste creature simboliche, che si possono scovare organizzando una vera e propria caccia nei luoghi simbolo della città. Prima tappa obbligata: il castello Bonoris. Qui i draghi non si contano, perché sono veramente tantissimi: sui battenti delle porte, sulle spalliere dei mobili, sui lampadari, sui vessilli, nei dettagli dei dipinti dedicati a San Giorgio, a San Pancrazio e Santa Margherita. Segno della passione smodata del Bonoris per il Medioevo e i suoi simboli. Fin dal portone d’ingresso, sul nero battente, accoglie i visitatori un draghetto dalle ali spiegate e dalle fauci aperte. Nell’atrio, eccolo lì, un altro drago, infilzato poveretto, nel “San Giorgio, la principessa e il drago” splendido affresco di Giuseppe Rollini. E poi lei, Santa Margherita, rappresentata, sempre dal Rollini all’interno della Cappella privata del castello, mentre esce dalla bocca di un grosso drago brandendo un crocefisso: una scena che sembra disegnata per una saga fantasy, ma invece è lì, appesa alle pareti del maniero. E ancora l’arcangelo Michele che schiaccia un drago sotto i piedi e vessilli dragati lungo la via crucis, perché il drago nel Cristianesimo è il simbolo del male ma per i cavalieri diventa anche altro: forza, protezione, coraggio, potere militare. E Montichiari conserva entrambe le anime: quella religiosa e quella cavalleresca, quella che teme il drago e quella che lo sfida. Seconda Tappa: il colle di Santa Margherita dove, nella chiesetta omonima, una tela racconta la leggenda più feroce: Santa Margherita è ritratta con in mano la palma del martirio e ai suoi piedi un orribile mostro. Prima di essere conosciuta come Margherita, infatti, la santa si chiamava Marina di Antiochia ed era una giovane e bellissima fanciulla cristiana vissuta ai tempi dell’imperatore Massimiamo. Avendo rifiutato le seduzioni del Prefetto Ollario, venne denunciata alle autorità. In carcere le fece visita il demonio sotto forma di drago che la inghiottì, ma dal quale riuscì a liberarsi sventrandolo con un crocefisso. Da qui, come ricorda Virgilio Tisi in “Montichiari tessere di un mosaico”, la tradizione che portava anticamente le donne monteclarensi a recarsi sul colle di Santa Margherita per chiedere protezione durante il parto. E santa Margherita ritorna anche nella terza tappa della caccia al drago: la Pieve di San Pancrazio. Qui, su uno dei colonnati della navata, campeggia un drago, questa volta di un verde brillante, acquietato docilmente ai piedi della santa che finalmente pare averlo domato. Quarta e ultima tappa: piazza Santa Maria. Sembrerà strano ma anche sulla facciata del Duomo, sopra il timpano, campeggia un drago, questa volta domato da San Giorgio. È il simbolo medievale per eccellenza: il male schiacciato sotto i piedi del santo, la vittoria della fede sulle forze oscure. Un dettaglio che molti non notano, ma che rende il duomo parte integrante della “mappa draconica monteclarense”.

Marzia Borzi

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