Venerdì 9 ottobre 2026

La “rosa sulla roggia”, simbolo imperituro della fede barcense

Foto Amico 002

E’ impossibile, per chiunque provenga da Orzinuovi alla volta delle Martinenghe, non percepire il fascino ipnotico della Madonna della Roggia, piccolo e al contempo pregevole esempio della straordinaria devozione del popolo barcense.

Sorta nel corso del XV secolo – stando alla ricostruzione proposta nel volume “La rosa sulla roggia” scritto a quattro mani da Gian Mario Andrico e Floriana Maffeis, che collocano la costruzione tra il 1410 e il 1470, anche se non mancano opinioni che postdatano l’opera ai decenni centrali del ‘500 -, a metà strada tra l’abbandono delle architetture spirituali di medievale memoria e l’influsso dei nuovi cantieri del Rinascimento maturo, prima di essere oggetto di un primo importante intervento di restauro, si presentava come un luogo pressoché abbandonato a sé stesso, con evidenti “cicatrici” causate dalla caduta dell’intonaco e con viticci vegetali che, pian piano, avevano iniziato ad “accarezzare” la facciata dell’edificio. A restituire queste preziose immagini è, come sempre, il fornitissimo archivio di Francesco Amico, prezioso custode di una memoria fatta soprattutto di vividi colori e uniche testimonianze del passato.

Benché ancora non proprietà ufficiale dei conti Martinengo entro il 1674, quando una mappa acquarellata commissionata dal nobile casato bresciano riportava tra i beni della famiglia anche la cappella di Barco, è innegabile che la nascita di questo piccolo e suggestivo luogo di culto sia stata fortemente influenzata dalla volontà dei feudatari barcensi.

Le condizioni dell’edificio sacro erano talmente disperate da portare gli autori del testo a chiosare senza termini, nel 1994, che “se è vero, però, che il sacello orceano non è ancora perduto è altresì vero che le sue condizioni di conservazione sono disastrose”.

Oggi la chiesa si erge come esempio di speranza, tutelando con discrezione e umiltà i viaggiatori, per lo più agricoltori o amanti delle camminate immerse nella natura, che vi si approcciano curiosi: un luogo mistico, rimesso, ancora coperto da un’aura di spiritualità capace di suscitare anche nei cuori dei meno devoti un sussulto di speranza. Colti dalla bellezza dei suoi affreschi – o da ciò che ne rimane, considerato lo scellerato atto di distruzione perpetrato da dei maledetti moderni vandali, nel 1991, nel tentativo di derubare “strappandole” alcune delle pitture parietali – e mossi dalla passione e dalla cura con cui quotidianamente i volontari si preoccupano di conservare al meglio delle proprie possibilità questo luogo, quando ci riposeremo sotto l’ombra del suo tetto, si voglia dedicare un pensiero di cuore a tutti coloro che, come noi, hanno amato questo luogo, riscoprendo la bellezza del sentirsi comunità vera e autentica, unita nei secoli da immortali valori comuni.

Leonardo Binda

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