Un paese vive anche di importanti patrimoni che persone facoltose hanno lasciato in eredità alla comunità. Vale anche per la città di Rovato. Anni fa ho parlato del lascito fatto da Evelina Carrington, la scrittrice inglese che aveva sposato il conte Terzi-Martinengo e che aveva preso a cuore la cultura ed il folclore bresciano. Sull’area da lei donata si è sviluppato il nostro mercato ed è stato costruito il comando della Polizia Municipale. Ma un lascito ancora più importante è quello delle Contessine Cavalleri, che in realtà riguarda un patrimonio immobiliare riferito alla famiglia Lazzaroni.
Grazie all’amico Mario Mazza scopro che nel sommarione del catasto napoleonico, al 1811, il palazzo Cavalleri e tutta l’area che corre lungo via Ettore Spalenza (particelle 1523-24-25-26-27-28) erano di proprietà di Domenico (1740-1819) fu Giovanni Battista Lazzaroni che risiedeva in quel palazzo. Seguendo le vicende familiari capiamo come questo patrimonio passò di mano in mano. Una famiglia interessante e di cui va detto che Maria, una delle figlie di Domenico, sposò il chirurgo Antonio Pietro Racheli di Pavia, chiamato a Rovato durante l’epidemia di colera del 1826. Questi sarebbe il nonno di don Antonio Racheli (storico rovatese) e di don Giovanni Racheli (che costruì a Duomo la nuova chiesa, la scuola e l’asilo). Fratello di Maria era Antonio (1786-1861), unico figlio maschio di Domenico che ereditò il patrimonio e sposò la contessa Matilde Calini.
Antonio e Matilde ebbero un’unica figlia, Annetta Lazzaroni, la quale sposando il dott. Girolamo Cavalleri portò in dote quel patrimonio che in seguito sarebbe passato al figlio Baldassare Cavalleri, nato a Rovato. Baldassare sposò nel 1905 Elena Ferrari di Brescia, ma presto morì (1909). Dalla loro unione erano nate le due figlie Anna Maria (1906-1968) e Isabella (1907-1976): le Contessine, appunto.
Senza eredi diretti le contessine scelsero di passare tutto alla loro morte ad un ordine di clausura: le Suore della Visitazione di Brescia. Come ricorda l’ex sindaco Franco Manenti, pochi sanno che per iniziativa del prevosto mons. Luigi Bonometti, l’eredità fu ceduta alla parrocchia di S. Maria Assunta che gratuitamente mise l’area a disposizione del Comune.
È innegabile l’importanza di questa eredità. L’area non ha valore solo per gli esercizi commerciali che vi si trovano. Oltre al parco, su quel terreno sono sorti negli ultimi decenni gli uffici delle Poste e, nel 1980, hanno preso il via i lavori per la costruzione della casa di riposo Lucini-Cantù, inaugurata nel 1986 e recentemente ampliata. Se a quelli già citati sommiamo i lasciti che nel XIX secolo hanno consentito la fondazione dell’ospedale, dell’orfanotrofio, di asili ed altri servizi di assistenza che ancora oggi costellano il corpo di beni a disposizione del Comune, ci rendiamo conto della portata significativa che hanno avuto alcune donazioni sulla vita della comunità.
Per quanto economicamente forte, Rovato non avrebbe molti dei suoi servizi se non fosse per lasciti che seguono più le storie familiari che quelle sociali. In un mondo in cui si idolatra chi sperpera grandi somme di denaro, in un tempo in cui i Comuni hanno meno risorse e sono sempre più costretti ad elemosinare dallo Stato, forse occorre ricordare che restiamo in piedi anche grazie ai lasciti e alla filantropia. Il mio non vuole essere uno sbrodolato elogio a quelle persone agiate che si ricordano di donare qualcosa solo dopo morte, ma un triste riconoscimento: se oggi rompiamo anche questo meccanismo, le comunità rischiano di non avere nemmeno il necessario per mantenere le strutture assistenziali che abbiamo costruito negli anni buoni. Chi ha orecchi per intendere, intenda.
Alberto Fossadri





