Don Carlo Angelini, nel 1839, mentre il Risorgimento si prepara a unire l’Italia, prende carta e penna per scrivere un messaggio semplice ai rovatesi: smettetela di litigarvi questa roggia. La lite che descrive ha radici che affondano di oltre un secolo. Riguarda la Seriola Fusia, un canale irriguo che attraversava i terreni fertili del borgo e che rappresentava, in termini economici, la vera ricchezza del paese.
La Seriola Fusia non era solo un canale. Era un sistema completo: mulino, frantoio, diritti di navigazione, ore di acqua da affittare agli agricoltori. Chi controllava la Fusia controllava Rovato. Ed è per questo che, dopo i fatti del 1721 che avevano di fatto consegnato il governo del borgo ai 48 contumaci e ai loro alleati – tra cui spiccava il medico Giovanni Guadagni – il fronte degli originari, capendo che prima o poi sarebbero stati di nuovo cacciati dal Comune, nel 1726 si riorganizzò inventandosi uno strumento nuovo: la Vicinia dei compartecipi della Seriola Fusia.
L’idea era spregiudicata, ma preveniva quello che, certamente, sarebbe successo prima o poi. Infatti, su spinta della Vicinia Generale, il Capitanio nel 1732 aveva aperto le porte del comune ai forestieri di lunga data, equiparandoli agli originari dopo cinquant’anni di residenza. Quello che il così nominato “Governo de Vecchi” temeva: il rischio concreto di dover condividere con loro le rendite della roggia. Costituendo una fondazione separata, una sorta di consorzio esclusivo, si trasferivano i beni più preziosi della comunità sotto il controllo di pochi. I nuovi originari potevano entrare in comune, ma la Fusia restava fuori dalla loro portata.
Le vertenze si moltiplicarono. Nel 1732 la Vicinia Generale denunciò che Pietro Ferramondo – uno dei capi della violenta intrusione del 1° maggio 1721, già condannato per malversazione – era stato massaro della Seriola per sei anni consecutivi, senza garanti e senza controllo. La roggia era in mani private di fatto, anche se formalmente pubblica.
Il nome di Giovanni Guadagni torna ossessivamente nelle carte del periodo. Testimoni giurati lo descrivono come colui che «regola tutto a suo piacere e fantasia», che «ha aderenze, forza, e raggiro», che «può ciò che vuole», e soprattutto che «tutti hanno paura di lui». In casa sua si tenevano riunioni segrete e pare aver aizzato Ottavio Menone, che nella Vicinia del 1731 si presentò armato con un fucile.
Nel 1748 una sentenza del Capitanio stabilì che le rendite della Fusia dovevano restare «perpetuamente riservate al pubblico», pur confermando che il godimento spettasse ai compartecipi. La roggia era pubblica, ma i frutti erano privati. Un equilibrio instabile, che non risolse nulla.
Guadagni, però, stava cambiando. O forse Rovato stava diventando piccola per lui. Suo figlio Gian Francesco – che diventerà uno dei principali medici dell’Ospedale Maggiore di Brescia e che ho raccontato nell’articolo «Un rovatese contro il vaiolo» del maggio 2024 – guardava a Brescia come al futuro della famiglia. Il padre chiese al Consiglio di Rovato il permesso di acquisire la cittadinanza bresciana mantenendo i diritti sulle rendite originarie. Gli fu concesso. Poi, nel 1754, revocato. Troppo scomodo averlo fuori e ancora con le mani in pasta.
Gli anni seguenti furono segnati da omicidi che le fonti stentano ad attribuire esplicitamente, ma che sembrano riconducibili alle fazioni in lotta. Solo nel 1764 la situazione si avviò verso una normalizzazione, quando il Capitanio Francesco Grimani intervenne con un provvedimento più deciso: la Fusia tornava alla Comunità di Rovato, ai compartecipi andava un indennizzo di 224.000 lire. Forestieri e originari venivano finalmente equiparati.
Eppure, come ho scritto in Radici Profonde, l’ultimo saggio che ho pubblicato e in cui analizzo questa vicenda, 72 anni dopo quella sentenza il don Angelini scriveva ancora ai suoi parrocchiani chiedendo pace. La lite andava avanti. I figli litigavano per ciò che gli avi non avevano risolto. Il canale scorreva, i campi erano fertili, e Rovato – come molte Corleonesi di ogni epoca – continuava a consumarsi in una faida che aveva le radici nel privilegio e la benzina negli interessi. Cambiavano i governi, cambiavano le leggi, ma il copione era sempre lo stesso.
Alberto Fossadri





