Giovedì 27 agosto 2026

A Rovato una domenica per ricordare, ma anche per indignarsi

Monumento foibe

C’è un’Italia che ricorda in silenzio, composta, senza clamore. E ce n’è un’altra che, ancora oggi, preferisce dimenticare, rimuovere, talvolta persino oltraggiare. Domenica 8 febbraio, a Rovato, ha parlato la prima: quella della memoria civile, della pietà per i morti, del rispetto per la verità storica. Lo ha fatto presso il cippo marmoreo dedicato alle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, collocato nel parco di via Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un luogo che dovrebbe imporre raccoglimento a chiunque possieda un residuo di coscienza.
Alla presenza dell’Amministrazione comunale, delle autorità militari e religiose e delle associazioni d’arma, è stata deposta una corona d’alloro. Un gesto semplice, solenne, necessario. Ma anche amaramente contraddittorio, perché quel monumento – simbolo di una tragedia nazionale per troppo tempo negata – è stato più volte in questi anni danneggiato. Sfregiato. Oltraggiato. Non per caso, non per incuria, ma per deliberata volontà. E questo dice molto più di tante analisi sociologiche sullo stato morale di una parte del Paese.
In italiano, il termine “foiba” indica una cavità carsica profonda e inaccessibile. Nella storia del Novecento, indica invece un abisso morale. I massacri delle foibe ebbero inizio dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione dell’Istria da parte dei partigiani jugoslavi. Migliaia di italiani furono arrestati, torturati e assassinati. L’accusa era spesso generica, sommaria: essere fascisti, o semplicemente italiani. Molti vennero fucilati, altri gettati vivi nelle cavità carsiche, trasformate in fosse comuni naturali. Dopo il temporaneo ritorno dei tedeschi, alcuni corpi furono riesumati. Altri no. Molti non lo saranno mai.
Una seconda ondata di violenze si consumò tra maggio e luglio del 1945, nella Venezia Giulia. Per i partigiani jugoslavi, l’equazione era semplice e feroce: anticomunista uguale fascista, fascista uguale italiano. Le deportazioni nei campi di internamento, le condizioni disumane, le esecuzioni sommarie completarono l’opera. Fu una pulizia etnica, chiamata con altri nomi per non disturbare le coscienze progressiste dell’epoca.
La testimonianza di Graziano Udovisi, maestro istriano, resta una delle più atroci e limpide: uomini legati a due a due, il filo di ferro stretto ai polsi, il colpo alla nuca o il salto nell’abisso. Udovisi si salvò gettandosi prima, aggrappandosi a un ramo, risalendo tra i cadaveri. Una scena che basterebbe da sola a inchiodare alla vergogna chiunque osi minimizzare. Tanto quanto l’assassinio barbaro della povera Norma Cossetto. Eppure, per decenni, le foibe furono un tabù. Un fastidio ideologico. Solo a partire dagli anni Duemila si è iniziato, timidamente, a chiamare le cose con il loro nome. Nel 2007 il presidente Giorgio Napolitano – tardivamente redento – parlò finalmente di barbarie, di odio sanguinario, di pulizia etnica.
Ed eccoci a Rovato. In un parco dedicato al Generale Dalla Chiesa, simbolo di Stato, legalità e sacrificio. Qui qualcuno ha pensato bene di profanare e per ben più volte un monumento che ricorda civili innocenti massacrati. È una duplice vergogna: contro le vittime e contro il luogo. Ricordare le foibe non è un atto di parte. È un dovere nazionale. E Rovato – come l’Italia che si riconosce nella civiltà, nella storia e nel rispetto – lo ha affermato senza esitazioni durante la Giornata del Ricordo.

Mauro Ferrari

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