Venerdì 9 ottobre 2026

Il Monte Orfano stava per diventare la culla dei Rosminiani

Antonio Rosmini

Nel 1843 il convento dell’Annunciata sul Monte Orfano fu a un passo dal diventare la sede della congregazione fondata da Antonio Rosmini, uno dei più importanti filosofi italiani dell’Ottocento. A ricostruirla è lo storico Marcello Berlucchi in un saggio dedicato proprio al mancato arrivo del roveretano nella nostra città.
Antonio Rosmini, nato a Rovereto da nobile famiglia legata al patriziato asburgico, fu abate e “cardinale mancato” (nella villa di Stresa è ancora conservata la veste rossa che non poté mai indossare). Fu un grande filosofo, capace, come disse l’amico Alessandro Manzoni, di essere “una delle teste più fini” del secolo XIX: portò l’idealismo tedesco di Kant e Hegel in Italia, reinterpretandolo in chiave cristiana. Fondò inoltre l’Istituto dei Figli della Carità, congregazione attenta da sempre all’educazione. Divenne anche consigliere di Papa Pio IX, che lo mise nella commissione per la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione… nonostante due sue opere erano state messe all’indice dalla Chiesa.
I legami di Rosmini col Bresciano cominciarono all’Università di Padova, dove nel 1822 strinse amicizia con diversi bresciani, tra cui don Giovanni Stefani, l’abate Giuseppe Brunati di Salò e Carlo Manziana, oltre allo scultore e archeologo Giovanni Labus, scopritore della Vittoria Alata. Nel corso della vita passò da Brescia una ventina di volte: alloggiò all’albergo “Gambero”, celebrò messa in San Faustino, incontrò il vescovo Gabrio Nava e Maddalena di Canossa, predicò gli esercizi spirituali per il clero bresciano nel 1842 e conobbe Ludovico Pavoni, di cui ammirò l’opera educativa per i fanciulli abbandonati, segnalandola come modello a don Bosco. Non mancarono visite nella zona di Chiari, dove si recava dall’amico don Antonio Mazzotti, servendosi della neonata ferrovia Milano-Treviglio-Chiari-Brescia.
È in questo contesto che si inserisce l’episodio di Rovato. Il convento del Monte Orfano era passato in eredità a un sacerdote locale, don Astori, che vi aveva aperto un collegio poi chiuso per difficoltà economiche. Alla morte di Astori, erede designato fu il vescovo di Brescia Carlo Domenico Ferrari, a condizione che l’opera del collegio proseguisse. Il vescovo, poco propenso ad assumersi l’impegno, pensò di girare la proposta a una personalità di grande fama e solide risorse come Rosmini, e l’8 novembre 1843 fece scrivere al filosofo, tramite il segretario don Giovanni Nanti, offrendogli il collegio vescovile “sul così detto Monte Orfano, lontano da Brescia tredici miglia sulla strada di Milano”.
Rosmini, da uomo abituato a valutare con attenzione anche gli aspetti economici delle sue fondazioni, esaminò la proposta con cura. Fu proprio lui, nel suo Diario della carità, a lasciarne testimonianza. Rilevò che l’asse ereditario di don Astori era “più passivo che attivo” e che quindi le trattative dovevano restare “in secco”. Una scelta di prudenza amministrativa, non di disinteresse. Pur di famiglia agiata, annotava scrupolosamente ogni spesa su un quaderno personale, convinto che invocare la Provvidenza non dispensasse dal far bene i conti.
Se Rosmini si fosse stabilito sul Monte Orfano, la sede del suo Istituto sarebbe potuta sorgere nel convento dell’Annunciata anziché al Monte Calvario di Domodossola e poi a Stresa. Rovato e il Bresciano avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella storia della congregazione rosminiana. Sarebbe stato però probabilmente più difficile il rapporto nato invece a Stresa con Manzoni, ospite nella vicina Lesa, compreso il celebre incontro tra i due amici sul letto di morte del filosofo. Forse, in compenso, Rosmini avrebbe trovato tra il clero bresciano, coi vescovi Ferrari e Verzeri, maggiore comprensione per le sue idee educative.
Ai rovatesi resta un pizzico di rammarico per l’occasione sfumata di ospitare uno dei grandi protagonisti del pensiero cristiano dell’Ottocento.

Alberto Fossadri

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