C’è una storia che si ripete, nei secoli e nelle latitudini: quella di un gruppo ristretto di persone che, in nome di diritti acquisiti da tempo immemorabile, si aggrappa al potere locale con ogni mezzo a disposizione. Succedeva nella capitale della mafia, Corleone, ed è successo in modo sorprendentemente vivido anche a Rovato, borgo capo-quadra della Franciacorta.
Per capire cosa accadde nel Settecento, bisogna fare un passo indietro e guardare alla macchina fiscale della Serenissima Repubblica di Venezia. Quando Brescia si diede a Venezia nel 1426, la città e il suo territorio entrarono in un sistema di imposizione articolato e, almeno nelle intenzioni, calibrato. Il territorio era diviso in Quadre, ciascuna guidata da un comune Capo-Quadra. Per la Franciacorta, questi centri erano Rovato e Gussago, e dal 1440 godevano addirittura di un regime fiscale privilegiato, simile a quello delle valli bergamasche e bresciane.
Il meccanismo era semplice ma potente: ogni Quadra riceveva da Venezia un carico fiscale – il cosiddetto “carato” – da suddividere tra i comuni soggetti. Il Capo-Quadra aveva voce in capitolo su come ripartirlo, e questo significava una cosa concreta: chi abitava in un comune Capo-Quadra, pagava meno di chi viveva nei borghi circostanti come Erbusco, Coccaglio o Cazzago.
Non era solo una questione di quattrini, però. Esisteva una distinzione ancora più netta all’interno degli stessi comuni privilegiati: quella tra gli Antichi Originari – i discendenti delle famiglie storicamente radicate – e i Forestieri, cioè chi si era trasferito in paese in tempi più recenti. Gli Antichi Originari partecipavano alla Vicinia, l’assemblea che governava il comune; godevano degli utili delle risorse comunitarie; erano esentati da parte delle gravezze fiscali. I Forestieri, anche se vivevano e lavoravano fianco a fianco con loro da generazioni, erano esclusi da quasi tutti questi benefici.
Questa situazione generava una pressione sociale silenziosa ma costante. Le famiglie benestanti che si trasferivano in un comune capo-quadra cercavano col tempo di essere riconosciute come Nuovi Originari, e poi come Antichi. Era una scalata lenta, talvolta pagata letteralmente a caro prezzo.
Il caso più emblematico è quello di Giovanni Antonio Guadagni, speziale di origini bergamasche con bottega a Rovato. Durante la Guerra di Successione Spagnola, il comune si trovò nell’impossibilità di reclutare i dodici soldati richiesti da Venezia. Fu Guadagni a intervenire: pagò di tasca propria il reclutamento, ottenendo in cambio, verso il 1707, la sua equiparazione agli Antichi Originari per sé e per i suoi eredi. Un accordo privato, praticamente commerciale, su una cosa che sulla carta doveva rimanere un diritto di sangue.
Non che fosse una novità assoluta: già nel 1724 una transazione promossa dal Capitanio di Brescia Pasqualigo avrebbe tentato di regolarizzare situazioni simili su tutto il territorio, ammettendo tra gli originari i forestieri di lunga data dietro pagamento di un riscatto una tantum. Il meccanismo era chiaro: il privilegio aveva un prezzo, e chi poteva permetterselo lo comprava.
Ma la storia di Giovanni Antonio Guadagni non era destinata a finire in pace. Anzi, era appena cominciata. Quel farmacista bergamasco aveva messo piede, con i suoi soldi e le sue ambizioni, in un terreno minato: quello dei beni comunitari di Rovato, e in particolare della roggia Fusia, il canale irriguo che era la principale fonte di ricchezza del borgo.
Come avrebbe scritto due secoli dopo il suo discendente più illustre, il dottor Gian Francesco Guadagni – di cui ho raccontato le imprese mediche in un articolo del maggio 2024 («Un rovatese contro il vaiolo») – quella famiglia aveva il dono, o la maledizione, di trovarsi sempre al centro delle cose. Ma la storia di come i Guadagni si ritrovarono sul lato privilegiato della barricata, e di quanto sangue costò mantenerci la posizione, ve la racconterò il mese prossimo.
Alberto Fossadri





