Venerdì 28 agosto 2026

Alberto Pellai dal teatro Politeama di Manerbio: “abbiamo la generazione di giovani più in difficoltà degli ultimo settant’anni”

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Niente smartphone prima dei 13 anni e niente social media prima dei 18 anni. E’ quanto indicato nelle linee guida emanate dalla Società Italiana di Pediatria, sull’uso del digitale, in età evolutiva. Raccomandazioni e suggerimenti, che, come un monito inequivocabile, sono arrivati anche dal teatro Politeama di Manerbio, lo scorso 24 gennaio. Sul palco Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano, insignito nel 2024, della medaglia d’argento al merito in sanità pubblica dal ministero della Salute. Il medico ed esperto in educazione ha intrattenuto un teatro gremito di persone in un incontro organizzato dalla parrocchia San Lorenzo, in memoria di Giuseppe Mari, nella settimana dedicata alla memoria di don Bosco. Autore di numerosi libri, Pellai ha ripercorso le tappe della sua ultima creazione editoriale “Allenare alla vita”, un testo che ruota intorno ad una domanda che l’intera società dovrebbe porsi, ovvero “cosa sta succedendo ai nostri ragazzi e perché?”. La tesi sostenuta dall’osservatorio privilegiato del medico varesino, si fortifica con i dati inquietanti che emergono dalla ricerca scientifica della generazione Z – i nati tra il 1997 e il 2012 – che, spiega Pellai “hanno cambiato le regole del diventare grande”. Con questi giovani la vita reale ha cominciato ad interferire sempre più con quella virtuale, due realtà che hanno iniziato gradualmente a sovrapporsi. Precedentemente a questa nuova rivoluzione, i giovani disponevano solo del computer nelle loro camerette e le uscite, per esempio, al parco e con gli amici, erano prive di interferenze tecnologiche. Oggi fuori dalle mura domestiche ci si può tranquillamente estraniare dal mondo reale e decidere di trascorrere il proprio tempo libero con la testa china sullo smartphone, magari seduti su una panchina, invece di osservare la natura, dialogare con altre persone o giocare. “Ci sono voluti 10 anni per capire gli effetti deleteri che il digitale ha avuto sui nostri giovani” spiega Pellai “dal punto di vista fisico questa generazione ha disturbi visivi, 1 ragazzo su 3 è miope, l’80% degli adolescenti lo è a Singapore e il 90% a Taiwan. Abbiamo, poi, un livello di ansia mai riscontrato prima. Questo significa che da quando il digitale è diventato portatile ha cambiato le traiettorie di crescita”. I recenti studi mettono in evidenza che i bambini parlano meno, si muovono meno e dormono meno. 30 minuti in più al giorno di uso dei dispositivi digitali possono raddoppiare il rischio di ritardo del linguaggio nei bambini sotto i 2 anni, ogni ora aggiuntiva di schermi riduce il sonno di circa 15 minuti nei bambini tra 3 e 5 anni, oltre 50 minuti al giorno di schermi si associano ad un maggior rischio di ipertensione pediatrica. Tra i 3 e i 6 anni, inoltre, aumenta il rischio di sovrappeso. La conclusione di questa analisi giovanile è che, mai come ora, si è verificata una situazione di così profonda sofferenza. “L’allenamento alla vita si è spostato dal mondo reale a quello virtuale” spiega Pellai “nel virtuale possiamo fare tutto ciò che avviene nel reale, ma questo non fornisce le stesse abilità e competenze del reale. Il mondo virtuale alimenta molto la soddisfazione istantanea e dopaminergica. Nel mondo reale, invece, la felicità e frutto di un processo molto complesso e ampio ed ha una funzione protettiva sulla nostra salute e sul nostro benessere”. Ma una via d’uscita esiste e il medico la spiega nel suo libro dove invita i genitori e gli educatori a riaffermare il proprio ruolo con fermezza, in modo autorevole e non autoritario, aiutando i ragazzi a superare le difficoltà della vita. Per dare una possibilità di rimettere in carreggiata il percorso di crescita dei nostri giovani, Pellai suggerisce i “patti digitali di comunità” (esiste anche un sito internet) che consistono in “una grande alleanza all’interno della comunità educante in cui si fanno proposte virtuose come, per esempio, limitare le ore di utilizzo dello smartphone o organizzare feste smartphone free in accordo con altri genitori”. Insomma, non un messaggio allarmista, ma un invito alla regolamentazione di strumenti molto utili che, tuttavia, si possono rivelare deleteri e pericolosi nelle mani dei più piccoli.

Barbara Appiani

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