C’è un momento nell’autunno del 1420 in cui Rovato entra nella grande storia della Lombardia medievale. Non per una vittoria, ma per una intelligente resistenza all’assedio imposto da uno degli eserciti più potenti d’Italia. Le bombarde del Carmagnola, il condottiero di ferro al servizio di Filippo Maria Visconti, colpirono le mura di questa cittadina per settimane. Lo riferisce Bernardino Corio nella sua Historia di Milano: un assedio dimenticato, ma che si inserisce in uno snodo cruciale del Quattrocento padano.
Tutto comincia nel 1402, con la morte di Gian Galeazzo Visconti. Il suo dominio va in pezzi e Brescia finisce nelle mani di uno dei condottieri più capaci del tempo: Pandolfo III Malatesta, detto il Grande. Con astuzia militare e diplomazia spregiudicata, il signore riminese erige Brescia a capitale di una signoria che comprende Bergamo e Lecco. Per quasi vent’anni la Lombardia orientale vive sotto l’elefante malatestiano con l’occhio rivolto verso Venezia, alleata fidata del nuovo signore.
Nel 1412 la scena cambia. Filippo Maria Visconti prende le redini del ducato milanese e si affida a Francesco Bussone, detto il Carmagnola, condottiero di straordinaria capacità. La macchina da guerra viscontea si muove con metodo: dal 1412 una città dopo l’altra torna nell’orbita milanese. Pandolfo Malatesta, convinto di essere al sicuro grazie all’alleanza veneziana, che gli garantisce pensione e condotta militare, distoglie troppe energie dalle sue signorie lombarde. Quando vede il pericolo, è già troppo tardi. Racconto nei dettagli ogni manovra politica e militare nel documentario online: “La riconquista Viscontea della Lombardia”.
Nel 1419 le truppe viscontee sfondano nel bresciano con una strategia precisa: isolare Brescia tagliandola dai soccorsi veneziani e romagnoli. A settembre del 1420 il Carmagnola si impadronisce di Palazzolo, Pontoglio e Pisogne, risalendo la Franciacorta. Chiari gli resiste. È a quel punto che le artiglierie viscontee puntano su Rovato: le bombarde, cannoni capaci di scaraventare palle di pietra di decine di chilogrammi, martellano le mura per circa un mese. Un fragore assordante, nuvole di polvere, frammenti di muro che cadono: settimane che agli abitanti di Rovato dovevano sembrare interminabili.
Dopo quel mese di fuoco, i rovatesi consegnano la città. Non è una resa vile: resistere un mese al condottiero più temuto d’Italia, abbandonati a sé stessi, era già un risultato straordinario. Si pensi, a confronto, ai castellani di Orzinuovi, che avevano abbandonato la propria fortezza senza nemmeno tentare una difesa. Rovato aveva fatto il massimo di quanto possa fare una fortezza consapevole dell’isolamento crescente del suo signore: prendere tempo. Invece di aprire immediatamente le porte, aveva obbligato il nemico ad apprestare l’assedio e piazzare le artiglierie. Poi, quando le forze iniziavano a far sentire il peso della disparità, hanno negoziato una resa onorevole e lo hanno fatto talmente bene da ottenere la promessa di un pagamento di 15.000 ducati dai milanesi, per riparare quelle mura che gli avevano bombardato.
Pochi mesi dopo, nel marzo del 1421, cade anche Brescia. Pandolfo è costretto a lasciare il suo dominio, ottenendo in cambio 34.000 fiorini d’oro. Filippo Maria Visconti vi ristabilì il dominio milanese dopo diciassette anni di assenza. Venezia, neutralizzata dalle abili mosse diplomatiche del duca, non aveva mosso un dito in soccorso del suo alleato.
L’assedio di Rovato del 1420 non troverà mai posto nei manuali scolastici, eppure ci racconta qualcosa di essenziale su come vivevano le comunità locali nel Medioevo: strette tra grandi potenze in conflitto, costrette a scegliere da che parte stare, e a pagarne le conseguenze. Non è affatto un caso che nel 1426, quando a Milano si annusa il rischio di una guerra con Venezia, il Visconti abbia intimato al comune di Rovato di abbattere le proprie mura. Una precauzione che ci conferma quanto poca fiducia avevano i milanesi riguardo ad una sottomissione della Capitale della Franciacorta.
Alberto Fossadri





