Egregio Direttore, in questo periodo, in cui gli organi di informazione ci parlano solo di guerre, la presentazione di un libro sulle testimonianze di militari bresciani sui vari fronti di guerra degli anni quaranta ci ha fatto invece emozionare quanto mai. La Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato un’impronta indelebile su milioni di vite, rimane uno degli eventi più drammatici della storia moderna. In questo contesto, il libro “Frammenti di Memorie” della brava giornalista bresciana Viviana Filippini, offre una prospettiva toccante sulle tribolazioni dei soldati italiani, esplorando le loro esperienze di guerra, combattimenti, prigionia, con un’umanità e una profondità che raramente si trovano nei tradizionali racconti bellici. Attraverso testimonianze dirette, documenti inediti e un’accurata ricerca storica, l’autrice ci invita a riflettere sulla complessità della guerra e sull’importanza della memoria storica per comprendere il presente e costruire un futuro di pace. Qualche vecchia foto, una medaglia al valore, i ricordi sfumati della madre, sono quanto rimane alla scrittrice del nonno Giuseppe Seller, bersagliere originario di Quinzano d’Oglio, che combatté e venne catturato ad El Alamein nel 1942, per finire prigioniero fino al 1947. Da lì nasce una minuziosa ricerca negli archivi storici e per le strade del suo paese, riuscendo a riscostruire sedici storie di ragazzi ventenni chiamati alle armi nei primi anni quaranta. Le loro destinazioni furono i fronti di Francia, Albania, Grecia, Africa Settentrionale, dove molti hanno combattuto in prima linea e qualcuno è stato fatto prigioniero. Il libro ci dà la possibilità di toccare con mano cosa vissero quei ragazzi scaraventati nel conflitto, patendo la fame, sopravvivendo ad un’atroce prigionia, nell’anticamera della morte, tra la paura che li attanagliava e la speranza che li faceva sognare il ritorno a casa. Fra questi giovani soldati ci fu anche chi venne catturato dai tedeschi e deportato in Germania, vivendo due anni da “prigioniero IMI” (Internato Militare Italiano), perché si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e di collaborare con i nazisti. Prigionia nei lager con gravi privazioni: pochissimo cibo, vestiti inadatti ad affrontare il freddo, massacrante lavoro forzato di 15 ore in fabbriche e la perdita della propria identità, dopo essere stati abbandonati dal proprio Paese. Al di là del libro, anche molti dei nostri padri ci hanno narrato il doloroso ritorno in Italia degli IMI dopo la loro prigionia. Molti di costoro furono subito considerati con sospetto e ostilità, soprattutto dai partigiani, che li vedevano come potenziali collaborazionisti del regime fascista o come persone che non avevano resistito abbastanza ai tedeschi. Questa percezione era dovuta principalmente al fatto che gli IMI erano stati catturati dai tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, avendo rifiutato di aderire alla R.S.I. di Mussolini. Molti italiani non comprendevano le circostanze della loro cattura e della loro prigionia, e li vedevano come dei “vinti” o dei “traditori”. In realtà, gli IMI avevano subito condizioni di prigionia durissime nei lager nazisti, lavorando in condizioni disumane e affrontando sofferenze e privazioni estreme. La maggior parte di loro si rifiutavano di rivivere le terribili esperienze, raccontandole, e perciò furono accolti con diffidenza e sospetto. Solo molti anni dopo la loro storia e il loro sacrificio sono stati riscoperti e valorizzati, e oggi gli IMI sono considerati eroi della Resistenza italiana.
Luigi Andoni e altri anziani di Manerbio





