Il percorso di Angiolino Frigoni sulla panchina della nazionale maschile di pallavolo delle Filippine è la dimostrazione che le capacità non conoscono confini geografici, né tantomeno si arrendono di fronte alla portata delle sfide per quanto inizialmente possano sembrare ardue. L’ultima avventura sportiva in ordine di tempo del tecnico carpenedolese detentore di un palmares che pochi possono vantare nel volley in ambito italiano e internazionale, è una storia sportiva di impegno e di visione. Frigoni, già due volte campione del mondo con l’Italia al fianco dell’argentino Julio Velasco e al timone della nazionale femminile italiana e olandese, ha accettato il compito di far crescere una squadra, quella maschile delle Filippine, in cerca d’identità portando con sé un inestimabile bagaglio di esperienza olimpica e iridata. Sotto la sua guida la “piccola” realtà del volley asiatico ha raggiunto un successo storico e inaspettato. Successo che ha trovato conferma nella prima e memorabile vittoria di sempre in un Campionato del Mondo organizzato dalla FIVB (Federazione inter nazionale di Volleyball) nel 2025. Quello contro la compagine dell’Egitto. Il vero incipit d’autore risiede nella capacità del tecnico cresciuto sotto il cielo dei carpini di instillare orgoglio e consapevolezza nei suoi giocatori, convincendoli che con dedizione e competenza si può sognare in grande anche su palcoscenici inesplorati. “È stata la conoscenza e l’amicizia con Ramon Suzara, un dirigente sportivo filippino oggi presidente della Confederazione Asiatica di Pallavolo, vice della FIVB e già al timone della Federazione Nazionale delle Filippine, che mi ha portato in quella parte del mondo. Ci siamo visti in Italia – prosegue il racconto di Frigoni – dove si sono fatti progetti a livello femminile (Tailandia) che ho declinato per la preferenza ad allenare squadre maschili (Filippine). Accordo che non ha tardato a concretizzarsi nel giugno del 2024”. Frigoni è salito così sulla tolda di una nazionale tutta da costruire. “Vero. Partecipavamo ai mondiali – precisa il coach – solo perché eravamo il Paese organizzatore. Senza alcun merito sportivo da reclamare e senza che conoscessi nessun giocatore”. Angiolino parte in quarta dopo aver trovato alloggio al Bonifacio Global City di Manila, un importante quartiere recuperato da una base militare americana. “Il primo anno è stato piuttosto complicato – chiosa Frigoni -. Oltre a non conoscere gli atleti, mi sono trovato costretto a cambiare molte delle mie certezze d’allenamento. Non disponevamo di una palestra. Ogni giorno dovevamo spostarci, con enorme spreco di tempo, per raggiungere impianti di gioco presi in prestito nei villaggi universitari. Senza contare che i giocatori, tutti studenti, frequentavano scuola al mattino e come conseguenza dovevamo spostare nella tarda giornata l’unico allenamento giornaliero”. Quindi? “Quindi ho lavorato per mettere qualità in quello che facevamo, considerato che ci siamo confrontati poche volte con avversari per valutare le nostre forze”. Col tempo e pazienza, le cose sono migliorate trovando riscontri concreti incrociando qualche nazionale e torneo di rango. “Il 12 settembre è arrivato in fretta per ritrovarci sul parquet del mondiale. Al debutto con la Tunisia, 20mila spettatori ci hanno battezzati nel Torneo. Incontro terminato con il risultato di 3 a 0 a favore dei nostri avversari. È contro l’Egitto che è successo qualcosa di straordinario. Nel nostro sestetto è scomparsa la tensione che ci perseguitava, l’equilibrio è tornato a primeggiare, l’opposto è entrato in partita e… per la prima volta le Filippine hanno scritto una pagina storica vincendo la prima partita in una rassegna iridata”. Dopo l’Egitto è toccato all’Iran. “È stata una partita combattuta fino alla fine. Nel tie-break abbiamo toccato la rete durante un muro e il video challenge ha trasformato un probabile punteggio da 20 a 18 e una probabile vittoria, in un 19 a 19 capaci di spezzare i sogni di un Paese – racconta ancora amareggiato il tecnico bresciano –. È stato un momento difficile che, nonostante il time-out chiamato subito, non siamo stati capaci di recuperare. Sono felice per quello che abbiamo fatto, con amarezza per come abbiamo chiuso. Siamo stati ad un passo dal sogno. Ci siamo svegliati un punto prima che potesse diventare realtà”. La FIBV ha seguito il sentiero dell’allenatore carpenedolese ed ha pensato di premiarlo consentendogli di consegnare in diretta mondiale la Coppa alla squadra italiana che con Fefè De Giorgi si è aggiudicata con merito un difficilissimo Torneo. Tutto finito? “Vedremo – è la risposta di Frigoni -. Mi hanno chiesto di proseguire il progetto iniziato. È necessario trovare intese sul programma che spazia dallo sviluppo dei giocatori, alle partite contro solidi avversari per crescere agonisticamente, agli impianti a disposizione. Non vado a Manila per fare le vacanze. Nelle Filippine in questo periodo di lavoro ho riscoperto come riuscire a dar vita ad un progetto di volley pur non avendo a disposizione le strutture dei paesi sviluppati. Mi adatto a quello che ho a disposizione. Per quanto riguarda i giocatori ho cercato di educarli facendogli capire che in prima battuta devono essere atleti con il desiderio di contribuire personalmente alla loro crescita sportiva. Una sfida a perfezionarsi, come curare l’alimentazione o allenarsi a titolo personale in palestra. Il coach è fuori da questa voglia di potenziarsi. Se ho raggiunto dei risultati? Ci sono riuscito – conclude Angiolino – con il cuore della squadra. Altri lo faranno ne sono certo. Voglio comunque confermare che mi sento gratificato dal lavoro svolto fino ad oggi” … e per domani?
Enzo Trigiani





