C’è da restare basiti: a Rovato hanno rubato una bicicletta che non serviva nemmeno a pedalare. Non un mezzo nuovo fiammante, non un gioiellino da professionisti, ma una bici da donna messa lì come parte dell’allestimento della VignaStorica Franciacorta. Un oggetto scelto per abbellire la rotonda delle piscine, per rendere più accogliente l’ingresso in paese, per ricordare che c’è una festa che unisce tradizione, sport e territorio. In breve: un simbolo.
Ebbene, qualcuno ha pensato bene di portarselo via. Non si sa se per goliardia, per idiozia o per miseria morale. Quello che è certo è che non si tratta di un furto “di necessità”: chi ruba una bici da scenografia non lo fa per andare a lavorare, ma per pura stupidità. È la solita dimostrazione che in giro non mancano i fenomeni convinti di essere più furbi degli altri.
L’Amministrazione ha giustamente lanciato un appello: chi sa qualcosa parli. E ci mancherebbe. Anche un dettaglio banale può servire a ricostruire il fattaccio. Ma siamo realisti: dubitiamo che il ladro di biciclette decorative abbia il coraggio di presentarsi spontaneamente con il malloppo, chiedendo scusa alla comunità. Non è nello stile di chi si muove nell’ombra per portarsi a casa un ferrovecchio che vale poco in sé, ma molto come simbolo.
E qui sta il punto. Non è tanto il valore materiale a contare, ma quello morale. Perché rubare l’arredo di una manifestazione è come irridere il lavoro di chi si impegna per rendere più bella la Città. È come dire: “Non mi interessa della festa, né della comunità, né della Franciacorta. Mi interessa solo prendere e portare via”. È il trionfo dell’egoismo da cortile, la fotografia di un degrado culturale che fa più male del furto in sé.
Per fortuna, la reazione è stata opposta: cittadini indignati, voci di sostegno, voglia di dimostrare che la VignaStorica non si ferma davanti a una simile meschinità. E hanno ragione. Una bicicletta rubata non ferma una comunità intera. Anzi, la rafforza. Perché alla fine il ladro porta via un oggetto, ma non potrà mai portare via lo spirito della festa, la passione di chi pedala insieme, la voglia di valorizzare il proprio territorio.
La verità è che questa vicenda ci mette davanti a una domanda semplice: che paese vogliamo essere? Uno in cui ci si mette le mani in tasca l’un l’altro, o uno in cui si difendono insieme i simboli di identità e tradizione? Perché la bicicletta scomparsa non è solo una bici. È un pezzo di civiltà. E finché non lo capiranno persino i ladri da strapazzo, toccherà ribadirlo ogni volta.
Mauro Ferrari





