Cosa resta dell’uomo nell’epoca della tecnologia dominante? Una domanda aperta e complessa che chiama in causa numerosi fattori e che sembra di difficile risposta. Ma il segreto per capire il nostro spazio, in un mondo iperconnesso e permeato dalla IA, forse, sta nella capacità di interrogare i diversi ambiti del sapere e combinare elementi da cui si evinca una unicità sostanziale. E’ quanto sa fare magistralmente Miguel Benasayag, filosofo, psichiatra e psicanalista, ospite a Manerbio nell’ambito del festival “Filosofi lungo l’Oglio” diretto da Francesca Nodari. Lo scorso 22 giugno, nel cortile di palazzo Luzzago, alla presenza del vicesindaco Andrea Almici, dell’assessora alla cultura Sara Barbi e con il sostegno della Fondazione Battagliola Giovanni e Orsolina, Benasayag ha tenuto una lectio magistralis dal titolo “IA e vita artificiale, l’alterità impossibile”. Il ricercatore, ex-militante nell’ERP argentino negli anni settanta e sopravvissuto alla prigionia, ha intessuto un discorso, ricco di spunti, per una riflessione approfondita sulla nostra epoca. Le ricerche dello studioso, in ambito delle neuroscienze e dell’influenza della IA sulla nostra vita, hanno messo in evidenza risultati inquietanti. Esistono aree cerebrali che vengono completamente modificate e atrofizzate dall’uso intensivo della IA. “Non si tratta di essere tecnofobi, io non lo sono per niente” ha precisato il filosofo “la IA, ad oggi, sa fare cose strepitose e in futuro, in vari ambiti e in primis quello medico scientifico, farà ancora meglio. Ma il problema sta proprio qui: non esisterà un settore prettamente funzionale in cui l’uomo saprà vincere sulla macchina”. Il rischio che stiamo correndo, come testimoniato dalle ricerche effettuate dallo stesso studioso argentino, mette in evidenza come la delega di funzione massiva possa portare ad una colonizzazione dell’algoritmo sull’uomo, non solo psicologica, ma addirittura biologica. Gli studi del ricercatore, in questo ambito, sono iniziati molto prima dell’avvento della IA e hanno riguardato l’impatto della tecnologia avanzata sulle nostre vite. Benasayag, insieme ad una equipe di studiosi, ha analizzato due gruppi di tassisti, uno a Parigi e uno a Londra che si differenziavano tra loro per utilizzo, e non utilizzo, degli strumenti tecnologici per lavorare e, quindi, per muoversi all’interno delle due città. Lo studio ha permesso di scoprire come un’area cerebrale, deputata all’orientamento nello spazio e nel tempo, sia stata assolutamente alterata e atrofizzata nel gruppo di tassisti che lavoravano con le strumentazioni tecnologiche. “Noi esteriormente siamo ancora quelli di decenni fa” precisa Benasayag “ma, all’interno, il nostro cervello sta già subendo importanti modifiche”. E’ necessario tornare a chiedersi quale sia il senso della vita e comprendere che non è possibile, sul piano prettamente funzionale, vincere il confronto con la macchina. Il primo passo da compiere è abbandonare la misura della funzione: noi non possiamo valere solo perché “funzioniamo”. In psichiatria, prosegue lo studioso argentino, si vede chiaramente la dipendenza dell’uomo e in particolare dei giovani, nei confronti dei device come, per esempio, del cellulare. Si tratta di strumenti molto utili ma il cui utilizzo, se abusato, provoca gravi danni. Allora Benasayag si chiede, “in nome di cosa io posso aiutare qualcuno a liberarsi da questa dipendenza?”. Una domanda cruciale che introduce il concetto di desiderio. L’uomo non è un essere che funziona, ma che desidera e questa sua peculiarità non è derivabile, né da un algoritmo, né da una catena di causalità biologiche. È in questo frangente che l’uomo trova il suo spazio imprevedibile per vivere. Qui, l’intelligenza artificiale si ferma, inabile come è a formulare, spontaneamente, una domanda sul suo significato di agire.
Barbara Appiani





