Venerdì 28 agosto 2026

La Storia che diventa voce: l’incontro con Nizar Kerboute

Per gli studenti delle classi quinte del liceo linguistico l’incontro con Nizar Kerboute, autore del romanzo “L’anteprima” vincitore del prestigioso Premio Acerbi di Castel Goffredo, non è stato solo un appuntamento letterario, ma un vero e proprio viaggio nella memoria personale e collettiva. L’atmosfera nell’aula si è fatta intensa: curiosità, attenzione e l’autentico desiderio di comprendere come nasce un libro capace di intrecciare storia, identità e dolore. Lo scrittore ha svelato che l’ispirazione per il suo romanzo affonda le radici in un gesto quotidiano della sua infanzia. Notando le dita mancanti del nonno mentre pranzavano insieme, il piccolo Nizar ha dato il via a una serie di domande che, molti anni dopo, sarebbero confluite in un’opera letteraria. Il caporal Mohammed non è solo un personaggio, ma una persona reale: un soldato marocchino arruolato dall’esercito francese durante la Seconda Guerra Mondiale, come migliaia di uomini provenienti dalle colonie. L’autore ha raccontato di aver registrato le storie di guerra, freddo e paura del nonno su audiocassette quando era ancora adolescente. Quelle voci sono rimaste in un cassetto per quindici anni, finché Kerboute ha deciso di trasformare quella memoria in un testo capace di dare dignità non solo alla sua famiglia, ma all’intera storia dei soldati coloniali, spesso dimenticati o quasi invisibili. Una parte cruciale dell’incontro ha riguardato il lungo lavoro di documentazione storica. Kerboute ha raccontato di essere rimasto profondamente colpito, consultando gli archivi francesi, da come i soldati marocchini fossero registrati quasi esclusivamente come numeri, senza biografie o vicende personali. «È stato disturbante. Ognuno di loro aveva una storia, una vita. Ridurli a un numero è una seconda ingiustizia». Lo scrittore ha condiviso anche le toccanti testimonianze raccolte nel suo quartiere in Marocco: anziani reduci ricordavano come spesso solo il soldato in prima linea avesse un fucile, mentre gli altri dovevano aspettare che qualcuno cadesse per raccoglierlo. Un’immagine che restituisce con crudezza la condizione dei soldati coloniali, considerati sacrificabili e non meritevoli di risorse o protezione. Gli studenti hanno rivolto a Kerboute domande puntuali e sentite, indagando quanto della sua vita personale fosse confluito nel romanzo. L’autore ha spiegato che, pur partendo da fatti reali, il libro unisce realtà e immaginazione. Molto interesse ha suscitato la struttura narrativa, basata su più “angolazioni”, come se la storia fosse osservata attraverso diverse telecamere. Il titolo “L’anteprima” nasce proprio da questa idea cinematografica: leggere il romanzo significa assistere alla “prima visione” di un film che il protagonista Kamal – figlio di un uomo tormentato e pieno di segreti – non riuscirà a completare. Interrogato sulla musicalità della scrittura, Kerboute ha rivelato la sua lunga formazione poetica, iniziata a diciotto anni. «La poesia mi ha insegnato il ritmo», ha affermato, spiegando come nel romanzo abbia cercato di riprodurre la voce degli uomini della montagna e dei contadini del suo Paese, che spesso parlano attraverso ​immagini e metafore perché non sempre hanno le parole “giuste” per esprimersi, ma hanno una sensibilità che arriva diretta, senza filtri. Kerboute ha poi parlato dei piccoli dettagli che guidano la scrittura e che restano nella mente del lettore. Dettagli come il fazzoletto in pizzo che un soldato consegna alla madre del caporal Mohammed per farle comprendere la morte del figlio e la scena, apparentemente insignificante, di un bambino immerso nell’acqua creando bolle che scoppiano in superficie. Non sono mancate le confessioni sulle difficoltà. La prima è stata trovare la frase iniziale, l’incipit. La seconda, la precisione storica, che imponeva l’assenza di errori e anacronismi. La terza, e forse più difficile, è stata distaccarsi dalla propria storia per guardarla anche con occhi freddi. L’impegno emotivo è stato tale che, al termine del romanzo, Kerboute si è sentito svuotato, tanto da pensare di non scrivere più. Ma, dopo un mese, aveva già ricominciato. «La scrittura mi ha scelto», ha detto sorridendo. Prima di salutare gli studenti, lo scrittore ha lasciato un messaggio profondo sulla violenza e la responsabilità umana: «Serve un pazzo per creare una guerra, ma coraggio e salvezza per evitarla». L’esperienza con Nizar Kerboute è stata la dimostrazione concreta di come la letteratura possa trasformarsi in un dialogo vivo, un ponte tra generazioni e uno strumento per interrogare il presente attraverso il passato.

Adriana Ciobanu, Vera Rosina, Alessandra Topalli e Rosalia Vignetti, classe 5^ C liceo linguistico 
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